world press photo

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Si, ancora un articolo sul concorso World Press Photo, ancora un articolo su questo tanto discusso concorso dedicato al fotogiornalismo, ancora un articolo sui premi dati, indagati, ritirati, riassegnati, ecc… Ma vorrei affrontare il tema senza partigianerie nazionali e senza pregiudizi tecnologici e culturali.

E’ necessario però fare un paio di premesse sulla mia concezione di fotogiornalismo, perché di questo dovrebbe occuparsi il World Press Photo, sulla fotografia e sui concorsi fotografici.

world press photoPremessa Numero Uno: “La fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha” (Neil Leifer)

La fotografia è incapace di qualunque verità oggettiva, è tutta una questione di scelta di inquadrature, di estetica, di costruzione di briciole di realtà scomposte, ricomposte e messe insieme. Non ha senso questa pretesa di verità assoluta alla fotografia, non è nella natura del mezzo, ma al contempo al fotogiornalista, e all’editore che lo pubblica, va richiesta serietà e attinenza al tema trattato: costruire situazioni in modo forzato, fotomontare scene inesistenti con il famigerato Photoshop, spacciare location e situazioni riprese in luoghi geografici lontani da quello oggetto dell’indagine non sono comportamenti che ritengo deontologicamente corretti e chi si cimenta nel reportage deve sempre dare prova di credibilità di quanto raccontato.

Premessa Numero Due: “I concorsi sono un male necessario per essere visibili e vendere il proprio lavoro”.

Questo è il mercato del fotogiornalismo oggi, bellezza mia! Per i fotografi partecipare a questi concorsi non è più un’opzione, uno sfizio, un momento fotogiornalismoegocentrico ed autoriale, ma una necessità per rendersi visibili e vendere i propri lavori. Le regole non chiare fanno il resto, data la loro inadeguatezza alle nuove tecnologie del digitale. A causa di questa confusione “Michelle McNally, presidente di giuria del premio, racconta che molte immagini in lizza per la vittoria non hanno passato il test nel confronto tra raw e immagine finale. Per esempio, manipolando eccessivamente le luci erano scomparsi interi elementi. In altri casi, era come guardare due immagini completamente diverse. Per McNally, anche se i fotografi non si sono resi conto di sbagliare hanno volontariamente tentato di imbrogliare”. Date un occhio a questo interessante video sul fotogiornalismo.

Certo non è sempre così, ma ogni tanto aprire gli occhi fa bene per non perdere mai il proprio senso critico verso quello che ci viene proposto quotidianamente.

Le due precedenti premesse svelano in anticipo quello che è il mio pensiero relativamente al caso Troilo squalificato al Word Press Photo.

fotogiornalismoSotto il profilo squisitamente artistico le sue foto mi piacciono molto, una serie ben fatta e realizzata, senza dubbi, con una sua logica e coerenza narrativa, ma entrando nel merito del racconto qualcosa invece non quadra: possiamo ancora definire come ‘reportage’ una serie di fotografie fatta di immagini costruite e/o riprese in altri luoghi come “fotogiornalismo”? L’autore si è difeso parlando di story-teller e non di reportage, ma francamente mi sembra una difesa un pò goffa, giocata sulla linea sottile dell’interpretazione delle parole, per giunta non appartenenti alla lingua italiana.

È vero “La fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha”, ma quanto siamo disposti ad accettare questo relativismo nel caso del fotogiornalismo, ovvero quanto siamo disposti ad accettare una visione del tutto personalistica dell’autore dove le immagini sono per lo più costruite ad arte? Io poco, quello che chiedo ad un fotografo in questi casi è un minimo di onestà e attinenza alla realtà e non credo che sia una questione romantica.