Arthur Tress

Arthur TressCi sono libri ed autori che ti segnano, che creano discontinuità nel tuo modo di vedere la fotografia, che aprono nuovi scenari che prima non pensavi di poter vedere, questo è stato per me Arthur Tress e il libro “Fantastique Voyage” che ha cambiato il mio modo di vivere e intendere la fotografia. Arthur Tress non è uno dei fotografi più noti al grande pubblico, non è oggetto di frequenti e pubblicizzate mostre e non è facile trovarlo pubblicato su riviste di qualsiasi tipo, ma le sue immagini sono per me uniche.

Arthur Tress nasce a Brooklyn, New York, il 24 novembre 1940 da genitori di fede ebraica. E’ tuttavia la figura del padre a giocare un ruolo dominante nella sua infanzia, caratterizzata da numerosi traslochi e separazioni familiari.
Egli visse lunghi periodi della sua vita accanto ad esso. La salute di quest’ultimo, continuamente precaria, e il lento decesso alla fine degli anni ‘70, instillarono in Arthur la sensazione profonda e radicata che la vita non potesse non fare i conti con la malattia e la morte, e più in generale che essa non potesse essere vissuta senza soffrirne l’estrema precarietà. Il suo ultimo, devastante ritratto del padre, seduto nella sua poltrona come su uno scranno regale, un Re Lear solitario nel mezzo di un giardino plumbeo ed innevato, straziato dalla vecchiaia e dalla malattia, porta con sé tutta la paura e l’intensa sofferenza di un figlio a cui viene inesorabilmente strappato l’orizzonte a cui sempre ha fatto riferimento.

Fu proprio il padre, molti anni prima, ad incoraggiarlo nel suo talento artistico e a spingerlo verso lo studio delle arti. Così, già a dodici anni Arthur cominciò a fare le sue prime foto. Dopo un ennesimo trasloco a Manhattan, si iscrisse al Bard College, una scuola sperimentale in cui poté seguire una serie di corsi inusuali per altri Istituti. Si dette alla pittura, ammirando molto il lavoro di Cézanne, ma allo stesso tempo cominciò ad interessarsi seriamente alla fotografia, scattando dentro una vecchia serra abbandonata; nel contempo approfondì il suo interesse verso l’antropologia culturale. Dopo la laurea in pittura e storia dell’arte, lasciò New York per trasferirsi a Parigi, dove studiò brevemente presso l’Accademia Cinematografica. Presto però si rese conto che il suo vero interesse non era né la pittura né la cinematografia, bensì la fotografia.

Il padre avallò proprio questo suo interesse per l’espressione fotografica e le altre culture, permettendogli di compiere un lungo viaggio di quattro anni intorno al mondo, in cui toccò Messico, Egitto, Italia, India, Giappone, Thailandia e Svezia, luogo, quest’ultimo, in cui si fermò e dove ottenne il suo primo incarico come documentarista delle culture tribali africane presso il Museo Etnografico di Stoccolma. Ammalatosi di epatite durante una delle sue missioni in Africa, fece infine ritorno negli Stati Uniti nel 1968 per farsi curare. E’ proprio di quell’anno la sua prima personale intitolata Appalachia: People and Places. Seguono altre numerose esposizioni di successo a New York e la pubblicazione di numerosi libri, fino al 1986, anno in cui la fama di Tress sbarca in Europa, con una retrospettiva itinerante dal titolo Talisman, mostra che approda con successo a Londra, Francoforte e Charleroi.

La vita e l’opera di Arthur Tress sono difficilmente scindibili. La sua fotografia non ammette altri committenti diversi da se stesso; nonostante egli abbia spesso lavorato su commissione, ha sempre utilizzato il mezzo fotografico con lo scopo di guardarsi dentro, di raccontare a se stesso e agli altri il suo mondo interiore, cercando di tirare fuori quei fantasmi e quelle paure che l’hanno invaso fin da piccolo. Tutte le sue foto sono riconducibili ad un autobiografismo esasperato, doloroso, che racconta di un uomo alla costante ricerca di un’identità, un uomo ancora capace di parlare alle farfalle e di vivere la propria immaginazione, come un bambino. E proprio i bambini, con le loro paure e i loro incubi sono stati spesso oggetto della ricerca fotografica di Arthur Tress che a tal proposito affermava “Lo scopo di queste fotografie è mostrare come l’immaginazione creativa del bambino trasformi costantemente la sua esistenza in una serie di simboli magici, per rappresentare e tirar fuori i sentimenti e le sensazioni inespresse”. Tuttavia queste foto sono anche fortemente autobiografiche, visto che in realtà parla dei suoi fantasmi ed è sicuramente quest’affinità di emozioni a renderlo così vicino ai bambini che fotografa.

Ma l’esplorazione dell’io non si ferma solo a questa serie, continua anche nei suoi successivi lavori realizzando fotografie oniriche e teatrali in set improvvisati, creando qualcosa di ben diverso dalla semplice documentazione, ma opere dalla visione ingannevole dove elementi appartenenti al mondo reale riconducono ad un significato diverso, assumendo pertanto una connotazione metafisica. E questo stordisce lo spettatore e lo trasporta in un mondo che descrive l’ambito del sogno.

“L’inquadratura fotografica non è più usata come una finestra che documenti vite private indisturbate, ma come un palcoscenico su cui i soggetti dirigono consapevolmente loro stessi per portare in primo piano quelle informazioni nascoste che non sono normalmente mostrate in superficie” (Arthur Tress)

Con Arthur Tress ho scoperto che la fotografia può essere un mezzo per esplorare l’io, l’inconscio e le proprie paure e nulla è stato per me più come prima.